| Il cucciolo d’uomo rassomiglia più ad un uccellino che ad un mammifero.
Gli altri mammiferi, spesso poche ore dopo la nascita, sono in grado di muovere qualche passo per seguire la mamma e attaccarsi al suo seno. Il cucciolo d’uomo ha bisogno di circa 7 mesi per acquisire un movimento corporeo consapevole e autonomo. Per questo portare i bimbi è sempre stata una necessità e sono molti gli studi e i testi dedicati alle origini antropologiche del portare. Personalmente mi limiterò ad una battuta: sono certa che il primate Lucy, durante la gravidanza, non avrà di sicuro passato ore a scegliere il modello di passeggino… L’idea di “mettere le ruote” ad un bambino è infatti molto recente, oltre che poco naturale. Da sempre, tutti i mammiferi così detti nidiacei (la cui prole nasce appunto incapace di movimenti autonomi), hanno sempre portato i bimbi “addosso”. Tra questi, in particolare gli uomini, per due ragioni fondamentali: l’enorme bisogno di protezione del cucciolo umano rispetto agli altri animali e la particolare formulazione del latte materno umano (meno grasso rispetto a quello di altri mammiferi), che richiede poppate frequenti e lunghe. Se osserviamo i piccoli di scimmia notiamo che si aggrappano al pelo del ventre della madre e vengono portati. L’evoluzione della specie che ci ha portato alla posizione eretta, alla scomparsa dei peli non ha fatto scomparire nel neonato i riflessi primari (es. riflesso di pressione, riflesso di Moro, riflesso di Babinski) le posture (cifosi della colonna vertebrale, posizione divaricata-seduta e tibie ad O). Queste caratteristiche “ci dicono” che il cucciolo d’uomo ha bisogno ancora come allora di avere la vicinanza del genitore. Oggi come allora, per un neonato rimanere da solo vuol dire essere esposto a morte sicura. Da questa premessa si evince che in passato i bimbi piccoli sono sempre stati portati dai loro genitori, utilizzando supporti diversi nella forma e nel materiale a seconda della cultura e del clima delle diverse parti del mondo. Nelle antiche tradizioni di ogni popolo esistono metodi e supporti specifici per portare i bimbi. Abbiamo testimonianze in graffiti preistorici, in papiri egizi e nel famoso affresco di Giotto custodito nella cappella Arena a Padova (datato all’inizio del XIV secolo): in esso Maria, seduta a dorso di un asino, porta Gesù in uno scialle. I supporti utilizzati dipendevano dai materiali disponibili: ceste, tessuti tramati, pelli di animali. Che i bambini venissero portati dai nativi americani nei ” paopooses ” o dalle donne siciliane nei grembiuli, cambia poco. Personalmente, da mamma portatrice, ho sempre trovato un pò superfluo il filosofeggiare sulle qualità di un tessuto o sulla superiorità di un supporto rispetto ad un altro. Ho sempre ritenuto che ciascun genitore debba scegliere il miglior supporto per sè, per la propria conformazione fisica, per le preferenze del proprio bambino. Non esiste il supporto perfetto per ciascun bambino, e col tempo può capitare di sentire l’esigenza di cambiare supporto o metodologia di legatura. In generale, i supporti che scaricano il peso su una sola spalla (fascia ad anello, pouch), sono particolarmente indicati quando i bimbi pesano poco o quando vengono trasportati per brevi periodi. Personalmente, ho trovato la fascia ad anello straordinariamente comoda nella delicata fase dei primi passi, quando mi figlio si stancava in fretta ed era un continuo tran tran sali scendi dalle mie braccia. Sino a pochi mesi prima lo ritenevo un supporto quasi inutile, poi per mesi non ne ho potuto fare a meno. Il supporto più duttile resta la fascia lunga, che consente di posizionare il bimbo a culla, in verticale ventre contro ventre, di fianco, sulla schiena (e in una infinità di altre piccole varianti di posizione e legatura). A primo impatto la fascia lunga sembra molto complessa da gestire e molte volte ho notato perplessità negli sguardi di chi si trovava a vedermi “legare addosso” mio figlio. Superato un primo momento di smarrimento, la fascia lunga diventa uno strumento indispensabile per gestire la quotidianità. Il peso del bimbo scarica sempre sulla colonna vertebrale e su entrambe le spalle e conseguentemente quasi non si avverte. I genitori che tuttavia trovassero eccessivamente complesso l’uso della fascia lunga, possono trovare nel Mei Tai una validissima alternativa. Il Mei Tai è un pannello di stoffa rettangolare, al quale sono cucite 4 bretelle. Le bretelle inferiori si legano al punto vita del genitore e quelle superiori alle spalle. La schiena del bambino è sorretta dal robusto pannello centrale. Il MeiTai consente di portare i bimbi nelle stesse posizioni della fascia lunga, ma è oggettivamente più semplice da usare. Per i trasporti brevi è anche indicato l’Easy Tai, un particolare Mei Tai che si indossa come una maglietta. Sebbene l’unica posizione possibile sia quella frontale ventre-ventre, la rapidità di utilizzo lo rende davvero comodissimo. Quando i bimbi crescono è molto utile il KoalaSeat. Spesso anche i bimbi grandi richiedono di essere portati in braccio e un seggiolino da anca aiuta i genitori ad affaticarsi di meno. Questa veloce carrellata delle origini del portare, delle ragioni antropologiche e dei vari supporti vuole essere solo uno spunto per sottolineare l’importanza di riscoprire una pratica naturale e quasi ovvia. La società in cui viviamo ha lentamente trasformato la maternità da un evento frequente, naturale e istintivo, in qualcosa di complesso che necessita di molteplici ausili e di infinite regole. Le buone pratiche di cura del bambino, quelle che sono state idonee e sufficienti alla razza umana per non estinguersi, vengono oggi sostituite da una infinità di prassi che di naturale hanno ben poco. La filosofia di NaturalMamma è molto elementare: siamo geneticamente progettati per essere genitori. Non servono corsi, docenti, e regole che ci debbano istruire sul come farlo. Tenere in braccio nostro figlio è istintivo, assecondiamo sempre questo istinto. Luisa Maria Co-Fondatrice NaturalMamma e mamma portatrice |
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